L’espresso al bar, un irrinunciabile rito italiano

È uno dei simboli del made in Italy, ma soprattutto è il protagonista di un vero e proprio rito quotidiano che accomuna milioni di italiani. Parliamo del caffè espresso (o semplicemente espresso). È la tipologia di caffè più nota e consumata in Italia, soprattutto nel suo luogo per eccellenza: il bar. Durante il lockdown, per molti italiani, l’impossibilità di praticare questa usanza quotidiana era un po’ il simbolo della difficoltà del momento. Così, oggi che si fa di tutto per andare avanti, il ritrovato espresso al bar è diventato anche un esercizio concreto di speranza.

 

Alle origini del mito

L’espresso si ottiene attraverso la torrefazione e la macinazione dei chicchi di caffè, secondo un procedimento di percolazione sotto la pressione di acqua calda. Storicamente, esso nasce nel 1884, a Torino, grazie all’invenzione della macchina per caffè istantaneo brevettata da Angelo Moriondo. Un vero e proprio pioniere che intuì l’esigenza dei clienti dei bar di consumare la bevanda velocemente. Agli inizi del Novecento, l’espresso inizierà a diffondersi in tutto il Paese, anche attraverso alcune innovazioni rispetto alla macchina ideata da Moriondo. Fondamentale risulta soprattutto l’invenzione della prima macchina per caffè espresso, brevettata da Luigi Bezzera. Il brevetto venne poi acquistato nel 1902 da Desiderio Pavoni, il quale aprì una ditta e cominciò a produrre in serie la macchina. Altra figura importante è quella di Pier Teresio Arduino che, nel 1905, migliora esteticamente il macchinario e si accorge di quanto possa essere rivoluzionario per il lavoro dei baristi. Infine, non si può dimenticare Achille Gaggia che, nel 1938, introduce una modifica, creando la prima macchina per caffè espresso moderna, a pressione e non più a vapore.

 

Il bar, il teatro dell’espresso

Il caffè espresso, dunque, comincia a diffondersi in tutta Italia e, dopo la Seconda guerra mondiale, anche nel resto d’Europa. I bar diventano il luogo in cui ogni mattina o nelle pause di lavoro, le persone consumano il rito del caffè. Un rito immancabile, entrato pienamente in un immaginario collettivo, in una dimensione di comunità. Il bar e il caffè sono due elementi dello stesso spettacolo. L’uno ne rappresenta il teatro e negli anni viene arredato e organizzato per offrire la scenografia perfetta per il protagonista, cioè l’altro, il caffè espresso. La stessa professione del barista si modifica, si adatta alla velocità e alla tipicità del rito. Ed è qualcosa che, ancora oggi, seppure con tratti leggermente diversificati, si compie. Ogni giorno, in ogni città, paese, bar d’Italia.

 

Una abitudine ricca di significati

Quella del caffè al bar è infatti una abitudine non banale, ricca di significati. L’occasione per incontrare dei volti conosciuti, un amico, il solito cliente o il barista con il quale scambiare due chiacchiere al volo prima di iniziare o riprendere la giornata. Un rito che offre certezza, rassicura, dà il senso di essere radicati in un quotidiano che, al di là di quel che succede intorno, è ancora lì, rimane. Con i suoi aromi, i suoi volti, gli arredi, i rumori. Un caffè al bar è un momento di pausa, di stacco, di riflessione, di dialogo, di amicizia. L’espresso ha glorificato il caffè, lo ha reso umano, lo ha reso parte del vivere umano, una sorta di amuleto profumato o di abbraccio conosciuto. In una fase come quella che stiamo vivendo, questo suo valore è ancora più forte e indispensabile.

  L’espresso, dunque, non è solo una bevanda gustosa e aromatica da servire velocemente dentro una tazzina, ma è molto di più. È quotidianità, è certezza, è storia. In una sola parola, è...Italia.